Francesco Segurini Ravenna
Giulio Melandri
Bagnacavallo
Supremo Randi
Lugo
Alberto Acquacalda Lugo
Giuseppe Gulmanelli Bagnara
Saverio Chiusi
Lugo
Antonio Ghiselli
Massa Lombarda
Agostino Lolli Camerlona
Paolo Valenti
Villa Prati
Domenico Veronesi Conselice
Giuseppe Cavalazzi
Massa Lombarda
Natale Fontana
Pieve Cesato
Luigi Sasdelli
Casola Valsenio
Strage
di Giovecca
Giovanni Collina
Cervia
Vincenzo Venturelli Faenza
Leonardo Errani Mezzano
Strage
di Ravenna
Artemisio Ricci
Castel Bolognese
Peo Bertoni
Alfonsine
Gaetano Roncuzzi Ravenna
Alfredo Silvestroni
San Pancrazio
Giovanni Cortesi Ammonite
Edoardo Cuffiani
Santerno
Battista Emaldi Fusignano
Giovanni Lolli
Maiano
Giuseppe Vitali
Santo Stefano
Adelmo Ballardini Castel Bolognese
Francesco SEGURINI
Ravenna, 1 maggio 1921
Francesco Seguirini è la prima vittima della violenza fascista in Romagna. Fu ucciso a Ravenna nel giorno della festa del lavoro, in uno scontro provocato dai fascisti che cercavano il fatto di sangue per dimostrare la loro presenza in città.
Nel pomeriggio del primo maggio, un gruppo di fascisti si dedica a scorribande nei quartieri di Ravenna, strappando le bandiere rosse dalle sedi socialiste in quel giorno di festa. Esaltati dal successo in zona Saffi (oggi Borgo San Biagio), dopo aver percorso il centro cittadino, si diressero verso il Sobborgo Garibaldi (zona di Porta Pamphilia, oggi Porta Nuova-via di Roma) per ripetere un’impresa analoga, sparando ed intimidendo chiunque tentasse di avvicinarsi.
Segurini, accorso vicino alla porta, allarmato dagli spari, benchè fosse disarmato, fu ferito mortalmente dai fascisti.
Aveva 55 anni ed era iscritto al partito Socialista.
I fascisti, seppur ritenuti responsabili, furono condannati solamente ad una pena inferiore ai 5 mesi.
Giulio MELANDRI
Bagnacavallo, 9 agosto 1921
La prima vittima della “pace fascista” in Romagna.
Nonostante il Patto di Pacificazione del 3 agosto 1921 a Roma, i fascisti continuarono ad uccidere.
La vittima fu Giulio Melandri, fratello del sindaco di Bagnacavallo Giuseppe.
Giuseppe Melandri l’8 agosto aveva convocato in municipio i rappresentanti dei partiti locali con l’obiettivo di porre fine agli scontri, ormai quotidiani. Nel pomeriggio di quella giornata fu firmata una tregua locale anche dai fascisti.
Nonostante ciò alcuni fascisti, aiutati anche dagli squadristi lughesi, minacciarono e provocarono alcuni giovani socialisti, falsamente accusati di aver strappato i manifesti del fascio. Giulio Melandri accorse per pacificare gli animi, quando un fascista gli sparò a bruciapelo. La versione fascista accusa la vittima di avere sparato per primo.
Nel giorno dei suoi funerali, i fascisti strapparono perfino i manifesti di lutto per la sua morte.
Supremo RANDI
Lugo, 10 agosto 1921
La morte di Supremo Randi è parte dell’offensiva fascista contro le istituzioni economiche e sindacali di operai e contadini, cominciata nel lughese nell’estate del 1921.
La lunga serie di violenze (bastonature, illeciti, offese, provocazioni) si conclude con l’agguato della sera del 10 agosto 1921 nei pressi del “Caffè Vandina” a Lugo.
Supremo Randi, giovane comunista, muore nel conflitto a fuoco assieme ai due fascisti Paolo Figna e Giovanni Bartolotti.
I socialisti feriti organizzano in ospedale la rappresaglia: i due giovani fascisti protagonisti della prima sparatoria vengono aggrediti e uccisi lungo la strada. Ne segue una rappresaglia generale da parte del fascismo lughese.
Quella stessa notte seguirono rappresaglie fasciste alla Cooperativa Birocciai, Cooperativa Metallurgici, alla cascina Lama, al magazzino Stoppa e presso il Caffè Vandina.
Alberto ACQUACALDA
Lugo, 11 agosto 1921
Alberto Acquacalda rappresentò l’impegno antifascista di molti ex combattenti appartenenti alla piccola borghesia.
Nel marzo del 1921 è a guida degli “Arditi del popolo” nella loro campagna di adesioni per fronteggiare l’offensiva squadrista in Romagna.
Acquacalda muore nei giori più tragici di quello scontro, il giorno dopo l’assassinio di Supremo Randi e della sostanziale affermazione fascista nella città di Lugo. Recatosi nella Lugo occupata assieme ad altri membri degli “Arditi del popolo”, furono costretti a fermarsi per un guasto all’auto.
Furono riconosciuti in breve tempo dai fascisti, probabilmente perché già segnalati in arrivo nella città di Lugo da qualche soffiata.
“I fascisti, un centinaio, si fanno eroi contro quattro giovani inermi. E colpiscono col bastone, col pugnale e colle rivoltelle”.
Alberto Acquacalda venne ferito da due pugnalate e cinque colpi di pistola. Oltre lui furono feriti altre tre persone, fra cui Rodolfo Salvagiani, del Partito comunista ravennate.
Acquacalda morì nel corso della notte all’Ospedale di Lugo.
Saverio (o Valerio) CHIUSI
Lugo, 31 agosto 1921
Su Saverio Chiusi mancano notizie precise.
Era un operaio di 40 anni nato a Massa Lombarda e residente a Lugo.
L’ipotesi più accreditata è che si tratti di “Chiusi Valerio” citato da Guido Nozzoli nell’edizione del 1957 di “Quelli di Bulow” e da Angelo Francesco Babini in “Dalla Bastia del Zagnolo alla Bastia di Cà di Lugo” del 1959.
Fu assassinato dai fascisti lughesi e morì all’Ospedale di Lugo in seguito alle ferite riportate. La sua morte è confermata dalla lista decessi del nosocomio
Giuseppe GULMANELLI
Bagnara di Romagna, 11 settembre 1921
Il 9 settembre 1921, una squadra d’azione fascista proveniente da Mordano tentò di occupare la Casa del Popolo di Bagnara di Romagna.
Gli squadristi furono respinti e costretti ad allontanarsi dal paese. Uno di loro venne ferito mortalmente, per questo, durante la ritirata, giunti nei pressi della pesa pubblica, spararono a Giuseppe Gulminelli, operaio trentenne, non iscritto a nessun partito, che transitava per caso nei paraggi, ferendolo gravemente.
Questa aggressione rientra nelle violenze recate dalle squadre di Balbo e Grandi che marciarono su Ravenna per le celebrazioni del VI Centenario della morte di Dante.
Morì all’Ospedale di Lugo l’11 settembre 1921.
Antonio GHISELLI
Massa Lombarda, 17 settembre 1921
Antonio Ghiselli, operaio quarantenne, iscritto al partito socialista, morì a Massa Lombarda il 17 settembre 1921.
Fu trucidato dalle squadre fasciste bolognesi di passaggio nella cittadina e provenienti da Ravenna, dove avevano partecipato alle celebrazioni del VI Centenario della morte di Dante Alighieri.
Gli squadristi lo bastonarono selvaggiamente, come molti aggrediti casualmente soltanto perchè incrociavano il loro cammino.
Lo gettarono nel Canale dei Molini, dove fu ritrovato privo di vita.
Agostino LOLLI
Camerlona di Ravenna, 25 settembre 1921
La notte del 25 settembre 1921 Agostino Lolli e Pietro Mazzetti, militanti del partito Socialista, furono aggrediti in maniera premeditata e bastonati da un gruppo di squadristi nelle campagne fra S. Alberto e Camerlona, luogo in cui abitavano.
Mazzetti, ferito, fu dimesso dall’Ospedale poco dopo.
Agostino Lolli, di professione pastore, morì a quarant’anni, tre giorni dopo all’Ospedale di Ravenna a causa dei colpi inferti al cranio.
Paolo VALENTI
Villa Prati di Bagnacavallo, 17 ottobre 1921
Il 16 ottobre 1921 Villa Prati fu teatro dell’assassinio dell’operaio ventiseienne Paolo Valenti.
Intento a riparare la sua bicicletta sulla porta della Casa del Popolo, fu ucciso da un gruppo di squadristi in “spedizione” nelle zone di Bagnacavallo.
Nonostante Valenti riuscisse a svincolarsi e rifugiarsi dentro il circolo, fu raggiunto da uno delle camicie nere che lo freddò a morte con quattro colpi di pistola, mentre gli altri fascisti erano intenti a dissipare la folla radunata sparando all’impazzata su di essa.
Morì il giorno successivo a Bagnacavallo.
Era il segretario della sezione Comunista di Traversara.
Documenti e fonti:
Domenico VERONESI
Conselice, 29 ottobre 1921
A Conselice, nell’ottobre del 1921, i fascisti vietarono la vendita del quotidiano “Il Paese”, probabilmente uno degli ultimi quotidiani ancora liberi dal giogo fascista.
La risposta degli abitanti del paese fu eloquente, in quei giorni continuarono a richiedere insistentemente all’edicolante quel giornale.
Domenico Veronesi, anarchico dal forte spirito antifascista, a mezzogiorno di quel sabato mattina si recò dal rivenditore che si affacciava sulla piazza per acquistare una copia del giornale.
Dal lato opposto giunsero due fascisti che lo colpirono ripetutamente al capo con un “mattarello”.
Stordito e ferito, Veronesi si accasciò cadendo su uno degli assalitori che, con freddezza, dopo essersi rialzato da terra, lo finì con un colpo di pistola.
Domenico Veronesi aveva 37 anni, una moglie e due figli giovanissimi.
Documenti e fonti:
Giuseppe CAVALAZZI
Massa Lombarda, 4 novembre 1921
Il 4 novembre un gruppo di squadristi entrò a Villa Serraglio, una frazione di Massa Lombarda, intentando una serie di azioni di violenza contro i contadini del luogo.
Dopo essersi diretti verso la casa del contadino Giacomo Ventura, minacciandolo di morte, spararono contro il fratello Carlo Ventura, colpi che fortunatamente andarono a vuoto. Non contenti, dopo aver recuperato dei bastoni da un albero, spararono su Giuseppe Cavalazzi, intento a lavorare in un campo poco lontano, finito infine a colpi di randello.
Cavallazzi non apparteneva ad alcun partito politico, l’unica sua “colpa” era essere iscritto alla Camera del Lavoro. Morì a 53 anni.
Natale FONTANA
Pieve Cesato di Faenza, 1 gennaio 1922
La notte di capodanno del 1922 Natale Fontana, detto Magrét, fu colpito a morte durante un agguato tesogli da cinque squadristi.
Stava rientrando a casa nei pressi di Pieve Cesato.
Fontana era cantoniere comunale, responsabile della sezione socialista di Pieve Cesato e presidente della Casa del Popolo locale.
Luigi SASDELLI
Casola Valsenio, 9 gennaio 1922
Luigi Sasdelli, tipografo e stimato socialista della valle del Senio, di 43 anni, fu la prima vittima delle violenze fasciste di Casola Valsenio. La sua storia è da esempio sui casi di complicità e omertà da parte di guardie e carabinieri.
La sera del 9 gennaio 1922, il maresciallo dei carabinieri convocò il fratello di Sasdelli e la moglie in caserma, per un interrogatorio pretestuoso. Luigi intervenne, chiarendo la situazione e, una volta usciti, accompagnò per sicurezza il fratello verso casa. Mentre rientrava presso la sua abitazione, intorno alle 22, uscirono dal buio tre o quattro individui e, dopo averlo chiamato per nome, gli spararono contro alcuni colpi mortali.
Il corpo fu abbandonato in piazza per diverse ore.
Seppure alcuni testimoni avessero assistito alla scena, nessuno ebbe il coraggio di parlare.
Quando la mattina la madre di Sasdelli chiamò i carabinieri per rimuovere il corpo, la sorella Celestina ebbe l’impressione che i militi cercassero di mettere un’arma nella tasca della vittima per giustificare l’omicidio.
Documenti e fonti:
Strage di Giovecca
Domenico Attilio CARANTI – Francesco BABINI
Antonio ZECCOLI
Giovecca di Lugo, 5 marzo 1922
Dopo le morti di Randi e Acquacalda, nel marzo del 1922 nel lughese si consumò un altro episodio di violenza, ricordato come l’eccidio di Giovecca.
Il figlio di una delle vittime, Angelo Francesco Babini, ricostruì l’accaduto avvenuto nella giornata del 5 marzo, fra il pomeriggio e la sera.
“Domenica scorsa (5 marzo 1922) verso le ore 14 un gruppo di cinque fascisti in bicicletta, tre dei quali nel macabro costume nero, hanno attraversato la borgata di Giovecca diretti a Massalombarda, provocando e lanciando frasi di sfida. Alle ore 19 i tre fascisti in costume sono ripassati da Giovecca. Dopo aver indugiato una decina di minuti, evidentemente in attesa di qualche operaio da provocare e bastonare, hanno ripreso le biciclette e si sono diretti verso Lavezzola. […] Rimontati in bicicletta [dopo aver sparato in maniera provocatoria contro un malcapitato operaio, fortunatamente rimasto illeso], hanno continuato una sparatoria pazzesca, finché a 200 metri dalla borgata, i tre delinquenti hanno incontrato il meccanico Francesco Babini ed il bracciante Caranti Domenico (detto Attilio) […] Fra i due operai ed i fascisti non c’è stato scambio di parole. Solamente quando gli squadristi sono giunti all’altezza dei due lavoratori, li hanno fatto bersaglio di cinque colpi di pistola.”
Babini, di 32 anni, simpatizzante comunista, morì poche ore dopo. Caranti, di 24 anni, iscritto al partito Comunista, morì l’11 marzo.
Antonio Zeccoli, considerata la terza vittima, accorse sul luogo dell’eccidio per soccorrere i due feriti, fu colpito da una paralisi cardiaca e morì il 6 marzo.
Giovanni COLLINA
Cervia, 4 giugno 1922
La morte di Giovanni Collina è avvenuta a San Giorgio di Cesena.
Collina dormiva su un pagliericcio sopra due tavoli accomodato all’interno del Circolo Comunista di San Giorgio, dove si era rifugiato per sfuggire ad una vendetta fascista in seguito a scontri avvenuti con gli squadristi di Cervia. Questi, partiti in spedizione puntiva, lo ferirono con cinque colpi di pistola, poi lo cosparsero di benzina dandogli fuoco mentre era ancora agonizzante.
Morì dopo cinque giorni all’Ospedale di Cesena.
Il caso ebbe all’epoca un’alta risonanza dimostrandosi localmente come uno dei più feroci. I partiti democratici e le organizzazioni sindacali cervesi, votarono un comune ordine del giorno di protesta, schierandosi apertamente ed uniti contro la violenza fascista che aveva colpito il loro concittadino.
Vincenzo VENTURELLI
Faenza, 30 giugno 1922
L’ultima settimana del giugno del 1922 i fascisti di Faenza si lasciarono andare ad una serie di provocazioni e di aggressioni.
Il culmine fu la morte del giovane muratore Vincenzo Venturelli di 26 anni, militante del partito Comunista.
Nei pressi di Porta Ravegnana, alcuni fascisti armati assaltarono un gruppo di antifascisti lì radunati. Venturelli fu ferito gravemente dagli squadristi nello scontro a fuoco che ne seguì.
Morì tre giorni dopo all’Ospedale di Faenza.
Il giorno dei funerali, approfittando degli antifascisti presenti, le squadre fasciste cercarono nuovamente di assaltare la città, nel tentativo, poi fallito, di provocare altri incidenti così da poter giustificare un secondo spargimento di sangue.
Strage di Ravenna
Gino BINZONI – Cesare MISSIROLI – Ersilio PASINI
Ulisse RAGGI – Dino SILVESTRONI – Guglielmo TUMIDEI
Giovanni Luigi BALESTRA – Ugo BUSTACCHINI – Stefano RICCI
Ravenna, 26 luglio 1922
Nell’estate del 1922 ormai tutta l’Emilia è sotto il controllo fascista. Fra le poche zone che resistono c’è Ravenna.
I fascisti decisero quindi che la conquista di Ravenna sarebbe stata fondamentale.
Poco dopo il congresso fascista bolognese del 4 luglio, a Ravenna si costituì il primo nucleo sindacale fascista, in aperta opposizione alle politiche agrarie locali della gestione dei raccolti.
Un piccolo gruppo di birocciai, guidati da Balestrazzi, si distaccò infatti dalla Nuova Camera del Lavoro, organizzandosi in “Sindacato autonomo”. L’Associazione Agraria intendeva appoggiarsi solo a questo nuovo sindacato per il trasporto dei prodotti agricoli. In opposizione a tali propositi, la Nuova Camera del Lavoro, di ispirazione repubblicana, proclamò uno sciopero dei birocciai della provincia di Ravenna, alla quale aderì anche la vecchia Camera del Lavoro, di matrice socialcomunista.
Il giorno dello sciopero, in cui i birocciai avrebbero dovuto raggiungere Ravenna, uno schieramento di polizia impedì loro l’ingresso nel centro urbano. Viene però concesso ad una squadra di fascisti di uscire dal centro città e dirigersi verso i manifestanti. Una volta infiltrati fra gli scioperanti, i fascisti cominciarono a stuzzicare le bestie da traino, sperando di creare scompiglio, salvo poi arrendersi ed arretrare dietro le fila della polizia ancora schierata.
Il 26 luglio 1922 i sindacati repubblicani e socialisti, ormai uniti in un fronte comune contro le politiche fasciste, proclamarono un nuovo sciopero generale.
Il “Sindacato autonomo” del Balestrazzi fu quindi incaricato di aprire i conflitti contro i manifestanti del 26 luglio, lanciando bombe a mano contro la folla. Approfittando dello sbandamento e dei conflitti, assaltarono quindi il circolo “Mazzini” nella zona di Porta Adriana, sempre con bombe a mano.
Dopo due tentativi che portarono fortunatamente soltanto a qualche ferito, i fascisti ripresero le offensive per “cercare un loro morto”.
Balestrazzi, indossando una vistosa camicia nera, si diresse verso il circolo “Mazzini”, dove erano ancora radunati i birocciai manifestanti dopo gli assalti. Considerato un “traditore” per via dell’uscita dalla Nuova Camera del Lavoro, cavalcò provocatoriamente l’ondata di indignazione nei suoi confronti, scaturita soprattutto dal lancio di bombe contro la folla di quello stesso giorno, portando gli scioperanti a circondarlo e picchiarlo a morte.
In risposta alla morte di una camicia nera, le Guardie Regie aprirono il fuoco sulla folla.
In via Fiume Abbandonato morirono freddati quattro lavoratori, mentre gli altri cinque morirono nel giro di pochi giorni presso l’Ospedale di Ravenna.
Artemisio RICCI
Castel Bolognese, 23 agosto 1922
Il caso riguardante Artemisio Ricci è fra i più singolari, si tratta infatti di un fascista assassinato da altri fascisti. Viene incluso fra le vittime dello squadrismo in Romagna per dimostrare come in quel periodo venissero facilmente eliminati anche coloro che cercavano di allontanarsi dalle frequenti violenze praticate sugli avversari politici.
Ricci era iscritto al sindacato Fascista e implicato nell’omicidio di Bartolomeo Mazzetti, avvenuto a Bubano.
Originario di Massalombarda, dopo essersi rifugiato a Castel Bolognese per fuggire alle indagini, fu prelevato la sera del 22 agosto, da due persone a lui note, probabilmente con la scusa di trasferirlo in un luogo più sicuro e successivamente trucidarlo a colpi di pugnale.
Il corpo fu ritrovato nella zona del fosso “Camerini” di Castel Bolognese all’alba del 23 agosto. Aveva 24 anni.
Nel luglio del 1947 l’assassinio fu ricondotto ad alcuni fascisti di Massalombarda e S. Agata sul Santerno. Davanti alla corte d’Assise di Ravenna, fu stabilito che Artemisio Ricci fu eliminato in quanto “testimone pericoloso”. Sembra infatti che volesse parlare dell’omicidio Mazzetti.
Peo BERTONI
Alfonsine, 30 ottobre 1922
La città di Alfonsine fu in provincia l’ultima zona nella quale il fascismo riuscì ad attecchire. Soltanto dopo il settembre 1922, alla vigilia della Marcia su Roma, il partito fascista era riuscito a costituire una sezione locale.
La forte connotazione anti-fascista di Alfonsine fu quasi “punita” dalla neo costituita sezione con un escalation di violenza che culminò il 30 ottobre 1922.
Nel corso di quella notte squadre fasciste avevano incendiato la Camera del Lavoro e la Sezione del Partito Repubblicano.
Alle prime luci dell’alba a colpi di fucile fu ucciso alle spalle Peo Bertoni, calzolaio repubblicano, accorso sull’argine del Senio per rendersi conto di quanto stava accadendo.
A soli 36 anni, lasciava una moglie e due figli in tenera età.
Gaetano RONCUZZI
Ravenna, 1 novembre 1922
La morte di Gaetano Roncuzzi ha messo alla luce anche alcuni episodi di violenza avvenuti in quegli anni fra repubblicani e socialisti in Romagna. Nonostante l’offensiva fascista, fra i due gruppi restavano contrasti spesso risolti con le armi.
Gaetano Roncuzzi, socialista, di professione birocciaio, era infatti detenuto presso le carceri di Ravenna come imputato per la morte di un repubblicano. La sera del 31 ottobre 1922, un gruppo di sconosciuti riuscì a penetrare nelle carceri per liberare il repubblicano Morelli, detenuto per aver ucciso poco tempo prima un socialista. Gli squadristi, dopo essersi fatti indicare dalle guardie la cella di Roncuzzi, spararono nove colpi di pistola sul socialista, intendendo così vendicare la morte del loro camerata.
Gaetano Roncuzzi morì il giorno dopo presso l’Ospedale di Ravenna.
Alfredo SILVESTRONI
San Pancrazio di Russi, 2 novembre 1922
Alfredo Silvestroni è considerata la terza vittima dello squadrismo a S. Pancrazio, dopo l’assassinio dei repubblicani Silvestroni e Bustacchini. L’episodio è preso ad esempio sul come spesso, in contesti locali, i fascisti fossero supportati da non iscritti al partito che, senza scrupoli, sfruttavano l’ondata di violenza squadrista per concretizzare vendette personali.
Silvestroni fu barbaramente trucidato la notte fra l’1 e il 2 novembre 1922 lungo via ex Molinaccio, oggi via Gino Randi.
Come in molti altri episodi, fu tramortito prima a colpi di mazza e una volta atterrato, finito con una scarica d’armi da fuoco. Il suo corpo fu gettato fra l’immondizia.
Alfredo Silvestroni aveva 33 anni ed era l’unico iscritto al Partito Comunista a S. Pancrazio all’epoca dei fatti.
Giovanni CORTESI
Ammonite, 15 novembre 1922
Giovanni Cortesi, detto E’ Brusé, morì nelle zone fra Santerno e Ammonite a 52 anni.
Nella notte del 15 novembre 1922, gli squadristi circondarono la sua abitazione in Via Carraia Bezzi. Cortesi, pensando che cercassero i figli, impegnati nella militanza comunista, uscì per affrontarli armato soltanto d’una roncola.
Nel conflitto impari, i fascisti prima lo ferirono con una scarica di colpi di pistola, poi lo finirono a randallate.
Cortesi era un operaio di fede socialista.
Edoardo CUFFIANI
Santerno di Ravenna, 17 dicembre 1922
Le camicie nere fra il maggio 1921 e il dicembre 1922 assassinarono in Romagna 43 persone. L’ultima vittima di questo elenco fu Edoardo Cuffiani, assassinato nel cortile della propria abitazione a Santerno.
I fascisti lo seguirono mentre rincasava dalla sede della “Società Operaia”. Resosi conto del pericolo e temendo anche per il segretario della sezione Comunista di Santerno, Cuffiani sfidò gli squadristi impugnando una doppietta e sperando di riuscire ad allontanarli. Fu ucciso mentre stava caricando l’arma.
Operaio muratore, morì a 43 anni.
Battista EMALDI
Fusignano, 12 gennaio 1923
Gli assassinii da parte delle squadre fasciste continuarono anche all’inizio del 1923.
Battista Emaldi fu eletto con il partito socialista nel 1920 ed è stato l’ultimo sindaco di Fusignano prima dell’ascesa al potere del fascismo.
Perseguitato, non aveva mai ceduto alle violenze squadriste di quegli anni. Fu costretto a dimettersi due anni dopo, l’ultimo sindaco socialista della provincia di Ravenna a dimettersi.
I fascisti accusarono Emaldi di essersi astenuto il giorno delle elezioni amministrative nel comune in cui era stato eletto, ma ancor più forte era l’astio nei suoi confronti da parte dei militanti fascisti per la sua frase d’insediamento: “Qui non ci sono degli uomini, c’è il socialismo. Noi ci atterremo, per la soluzione di tutti i problemi, alle sane direttive del socialismo perché noi siamo mandati soltanto per difendere i diritti dei lavoratori.”
Dopo essere stato ferito mortalmente alla schiena con due colpi di pistola, fu finito a bastonate. L’aggressione e l’assassinio avvennero in pieno giorno, a pochi passi dal municipio, mentre era in compagnia del figlioletto Libero.
Giovanni LOLLI
Maiano di Fusignano, 15 marzo 1923
Militante nelle file repubblicane come il figlio, morì a 64 anni nell’osteria che gestiva presso Maiano di Fusignano.
La vittima designata non era tanto lui quanto il figlio Aurelio, ma alla vista dell’efferatezza del pestaggio e del sangue, trovandosi impossibilitato ad intervenire in alcun modo in aiuto del familiare, collassò a seguito di un malore.
La sera stessa morì di crepacuore.
Giuseppe VITALI
Santo Stefano di Ravenna, 19 marzo 1923
L’omicidio di Giuseppe Vitali è fra i più efferati delitti dello squadrismo romagnolo.
Il 24 febbraio 1923 un gruppo di fascisti invase Campiano. Gli squadristi si avventarono su Vitali, all’epoca ventisettenne e abitante del luogo, anarchico militante.
Durante l’aggressione un fascista restò ucciso mentre, cercando di percuotere Vitali con una doppietta impugnata a modo di randello, senza aver abbassato i cani, si colpì con gli spari della sua stessa arma.
Giusppe Vitali fu arrestato, ma in quanto ritenuto estraneo al fatto, scarcerato poco dopo.
Il giorno stesso della scarcerazione, le camicie nere, non soddisfatte e fermamente convinte nel vendicare il loro “caduto”, catturarono l’anarchico in zona Carraie e lo trascinarono nella vicina Santo Stefano. Qui fu bastonato selvaggiamente davanti alla popolazione obbligata ad uscire dalle case ad assistere al lignaggio.
Successivamente, alla periferia del paese, fu evirato e gettato in un canale, dove morì per dissanguamento.
Adelmo BALLARDINI
Castel Bolognese, 28 luglio 1923
Il ferroviere Adelmo Ballardini fu trucidato a colpi di bastone nei pressi della stazione ferroviaria di Castel Bolognese.
Del delitto fu raccolta una testimonianza oculare: “vidi degli uomini che bastonavano un altro uomo e questo disgraziato gridava – Lasciatemi la vita soltanto per i miei figli – E pronunciò due nomi: Ida e Paolino. Un individuo che certamente faceva da palo passò dalla squadra di bastonatori e disse – Bisogna assicurarsi che sia morto, perché potrebbe fingerlo. – Non posso aggiungere se abbiano continuate le sevizie, perché inorridita fugii”.
Compiuto il crimine, scrisse all’epoca il settimanale repubblicano “La Vedetta”, gli assassini deposero le loro armi nei locali del fascio e terminarono la serata in un postribolo di Faenza.
Adelmo Ballardini, iscritto al partito Socialista, aveva 41 anni ed era padre di tre figli.
Fonti e bibliografia:
- Le vittime del fascismo in Romagna: 1921 – 1923, (a cura di:) Claudio Albonetti, Gabriele Brunelli, Raoul Fiorini, Vanni Tesei, Comune di Forlì, Litografia forlivese, 1973
- Laura Orlandini, Ravenna – Cronologia episodi di violenza 1919-1922, in «Le origini del fascismo in Emilia-Romagna 1921-1922»
- Riferimenti sulla cronaca locale: Corriere di Romagna, La Romagna socialista (Ravenna), Il Socialista (Faenza), La Libertà (Ravenna), La Vedetta (Lugo), Il Lamone (Faenza), La Santa Milizia (Ravenna), La Fiaccola (Lugo).
Approfondimenti:
Crediti:
Ideazione: Giuseppe Masetti
Realizzazione: Salvatore Tagliaverga